Sono rimasto ad Algeri pochi giorni , nel 2001 .
C’era ancora la paura : i falsi controlli, i finti poliziotti , gli attentati , le carneficine quotidiane nei villaggi . Il terrorismo religioso dava il tono ai giorni e soprattutto alle notti di Algeri.
Eppure è questa la più bella capitale del Maghreb. Un golfo larghissimo ,a mezza luna, che guardavo dall’alto della collina che domina il porto . Nelle discoteche ,la sera, la musica Rai raffigurava una generazione che combatteva ,eroicamente, il doppio orrore del potere e della sua opposizione. Uscire al crepuscolo nei bei quartieri bianchi della città era già resistenza. Algeri ti svegliava , alle 5 del mattino, nel nome di Allah, modulato ossessivo, dai tetti rosa dell’alba. Ed era già nostalgia.
Un solo binario. Percorso due volte al giorno da una carrozza e un locomotore stanco. Ai due lati del cammino ,come paesaggio, erbe alte e risaie . E’ il treno che porta da Novara a Varallo . Le rotaie Finiscono li’ con i due bei respingenti piatti e arrugginiti sul cavalletto perduto in un campo giallo ,d’estate.
E’ l’ultima stazione ferroviaria possibile per raggiungere poi la Valsesia, Alagna, Rima .
A volte capita, come per miracolo, che la bellezza nasca dalle stazioni , dai vecchi caselli dei passaggi a livello (prima degli automatismi). E’ il caso di Varallo . Nell’edificio classico del “tempo delle Ferrovie” un bel Caffè ancorato a quegli anni , un ristorante con le tovaglie bianche e poi i fiori , le aiuole (forse con il nome scritto dalle margherite) gli ombrelloni dall’una e dall’altra parte della rotaia. E’ un luogo di frontiera, attraversato dal mistero del treno : così casalingo, così estraneo. Lo chiamerebbero “ramo secco” ,quel tratto, ma ha generato un “ramo d’oro” .
Diego Suarez è una cittadina spagnola che si è perduta in Madagascar ,sull’oceano indiano. E’ l’unico porto dell’Isola ad avere una storia e una architettura . La baia di Diego e’ tra i cinque golfi più belli del mondo. L’odore e il carattere del porto e’ rimasto com’era ,anche dopo la sconfitta di “libertalia” , dei suoi utopici pirati . La lunga strada in discesa ,con edifici barocchi che ricordano l’Andalusia, accompagna, nel vento più fresco della sera ,verso i magazzini ,nei terreni incolti, a picco sul mare. Nei bar del quartiere le ragazze discendono da mille genitori diversi . Non conoscono il Mondo ma lo rappresentano , nei loro occhi, nei loro visi , nei colori diversi delle pelle e dei capelli. Le ragazze di Diego Suarez pescano i marinai e ridono e cantano e ballano nella strada in discesa. Felici dei loro regali, perpetuano il segreto dell’incontro.
IL metro’ , il SUBTE-raneo , l’underground . Milano, Parigi, Buenos Aires , Londra , Mosca.
Migliaia di kilometri sotto le strade. Per conoscere davvero una città si deve cominciare ,o almeno finire, da lì . L’odore particolare e unico per ognuno di questi treni del buio , la gente vera che li utilizza, i nomi delle piazze e delle strade che rimandano alla luce di fuori. Vi sono città che per intuirle vanno viste dall’alto ,altre , come Parigi , Mosca e Buenos Aires, si capiscono meglio viaggiando nelle strade sotteranee . Leggiamo i nomi delle stazioni , guardiamo i diversi passeggeri che salgono , che scendono nelle diverse stazioni di questa topografia dell’ombra.
I gira-soli ! il sole , a mezzogiorno, l’estate . I misteri veri si nascondono nella luce ,scriveva Giono. Questi fiori dalle grandi corolle sono testimoni e guardiani di segreti .
i campi che costeggiano le strade di Provenza ,spesso, sono ancora coltivati a girasoli e ancora attraversati da corvi neri , come nel campo di grano dell’ultima tela di van Gogh . Milioni di girasoli e migliaia di corvi neri, prima che il Rodano si divida, prima del Mediterraneo. Il giallo , il nero e il mare in fondo . L’inizio e la fine, nel colore .
Il Danubio ,arrivato al delta, si fa quasi orientale . Tergiversa e sembra rinviare, fin che possibile, l’incontro col il Mare Nero . E’ la caratteristica ,umana, di tutti i grandi fiumi .
Prima di perdere la propria essenza e divenire “altro” si aprono , si espandono, creando maremme e lagune ; aiutati dal vento , sempre presente alle foci, sembrano tornare indietro. E’ questa la bellezza e la malinconia dei delta . In quello del Danubio ,poi, si riannodano i miti dell’Europa e dll’incontro con l’Asia . Sulina e’ il villaggio finale ,estremo del Danubio. A Sulina non c’è niente da vedere (come dicono le guide) se non Un faro e un cimitero multireligioso, sulle dune . Se non il sogno, o la premonizione, della futura Europa .
A Quito, in Equador, a dicembre, si tiene la festa del “Senor del gran poder”. A quasi tre mila metri d’altezza, nel centro della città, si celebra una metafora dell’Andalusia. Una Siviglia nelle Ande che per una settimana confonde residenti e turisti, recita perfettamente una storia, quella dei “conquistatori”, tradotta per il “pueblos andino” con poche ma significative varianti. La più interessante è quella relativa all’ora d’inizio della corrida giornaliera: mezzogiorno! Ecco allora che il sole mitologico, verticale, sull’arena si unisce nuovamente al sacrificio del sangue. E’ una cosa forte e bella. Questa “fiesta” periferica ci riconnette ai calendari del mondo.
Tre soli viaggi in Sicilia, poco più di un mese in tutto. Eppure quest’isola “senza volontà”, pessimista e fiera, terra di luce e di lutto, è l’isola del mio cognome. Ho sempre avuto “male alla Sicilia” (parafrasando Camus), tra nostalgia e impossibilità, l’ho immaginata da sempre.
I suoi scrittori, grandi, me l’hanno raccontata. Ho guardato poi la mia Catania, sotto il vulcano, e Palermo, devastata dal brutto cemento. Le montagne dell’interno ancora silenziose, Enna alta e solitaria, Caltanissetta. A Noto, quasi di fronte alla cattedrale, in una piccola trattoria, la pasta con le melanzane il profumo del basilico e l’anziana cuoca che mi guardava mangiare, nell’ombra, immaginando i padri.
Una notte non dimenticata, profumata da un temporale ,nell’Amazzonia equatoriana, in un villaggio indio sul fiume Napo. Una bambina che amava parlare , voleva barattare le sue collanine di bacche con dolci e matite, ripeteva più volte il mio nome ,furba e affettuosa. Mi disse del bene che voleva al suo piccolo cane e al bradipo pigro dentro la casa della notte. Ci accompagnò in silenzio alla barca ,dovevamo partire. La piroga dondolò a lungo tra le ninfee prima di uscire al lago .Solo allora la bambina mi salutò con la mano prima di voltarsi e correre al suo villaggio in salita. Una enorme tristezza ,come una nostalgia si impigliò nella mia gola. Attraversai il lago , ritrovai il rio Napo, con la certezza di aver perduto un ‘altra possibile figlia.
Tra i mille sentieri possibili , pensando un viaggio, vi sono anche quelli che attraversano i più importanti cimiteri d’Europa. Quello di Lecco, e’ tra questi. Il viaggio e’ comunque un apprendistato degli addii e, fin troppo facile metafora, di quello definitivo. Tra i cimiteri più famosi e visitati il Père Lachaise di Parigi, quello ebraico di Praga, Il monumentale di Genova e ,per me, il piccolo camposanto di Les Baux de Provence. Si affaccia sulla provenza mistraliana, sul mulino di Daudet. Odoroso di resina, umido di muschi , le belle pietre bianche delle Alpilles a onorare i fieri provencaux. In questo itinerario ,ancora una metafora, il bagaglio leggero è d’obbligo…

